Andrea Centazzo MEMENTO Libretto Interpreti Narratore ( Voce recitante fuori scena ) Ottone III, Imperatore di Germania ( Baritono ) Lupo, Patriarca d'Aquileia ( Tenore ) Clotilde, la monaca badessa ( Soprano ) Due monache ( Soprano, Contralto ) Popolo ( Coro ) Prologo: L'OMBRA DEI SECOLI Narratore (voce recitante ) Ecco che arrivano; ecco che arrivano.
Come tempesta che si abbatte sulla rigogliosa pianura
tutto distruggendo, arrivano sinistri al galoppo.
Portano con se orrore e morte. Ecco che arrivano; ecco che arrivano.
Come turbine di vento che tutto ghermisce,
orde barbare scendono dalle montagne,
cavalieri furenti, principi del male.
Le erbe fluttuanti ondeggiano al vento,
calpestate da mille zoccoli,
le montagne scarlatte sono offuscate da nubi polvere acre. Ecco che arrivano; ecco che arrivano.
Quante volte è già successo?
Quante volte succederà ancora?
Nessuno avrà mai pietà di questa nostra terra infelice? Ecco che arrivano; ecco che arrivano;.
La terra verde grida al cielo plumbeo,
e sotto nuvole di cenere, appassendo,
si oscura, sfumando l'aria con ricordi di brina
sotto la lucentezza delle barbare armi. Ecco che arrivano; ecco che arrivano;
Potranno sottomettere i nostri corpi,
ma la fede renderà i nostri spiriti
liberi per sempre. Ecco che arrivano; ecco che arrivano.
Ecco che arrivano; ecco che arrivano. I Scena: L'INVASIONE Popolo (Coro): Ecce adveniunt, ecce adveniunt,
ecce adveniunt, ecce adveniunt
sicut in luxuriosam planitiem
irruens tempestas equites adveniunt
cuncta vastantes.
Horror et mors, horror et mors.
Ecce adveniunt, ecce adveniunt
tamquam turbo cuncta corripiens
e montibus descendunt barbarae catervae
malum genus equites scelesti.
Fluctuant herbae quas calceati proterunt pedes,
montes coccinei nubibus obscurantur.
Pulveres acres. Ecce adveniunt: saepe hoc factum est
saepius fiet.
Ecce adveniunt, ecce adveniunt.
Corpora nostra submittere queunt,
sed fides liberos nos faciet,
usque liberos et usque. Ecce adveniunt, ecce adveniunt,
cinericias nubes apparens
subter fulgentia obscuratur barbara gladia, atque exhalans aera meminit pruinas.
Neminem harum nostrarum miseret urbium.
Horror et mors!
Ecce adveniunt, ecce adveniunt,
Ecce adveniunt, ecce adveniunt, (ripete) II Scena: LA DISTRUZIONE Interludio musicale III Scena: L'INVOCAZIONE Lupo (tenore): Caelorum rex qui cuncta gubernas,
cunctaque noscis,
miserere,
et infelici huic terrae
et nobis omnibus qui proles sumus illius
quosque suo pane nutrivit
vultum ostende. Caelorum rex qui cuncta gubernas,
cuncta que noscis,
sis semper nobiscum,
praesens in somnis,
adstans in vigiliis,
exercitum nostrum duc in pugnis pro fide.
Sol surgens illum maeste illuminat:
matutina caelum luce clarescit. Da robur Domine huic humili populo,
panem cordibus nostris concede
et manibus nostris vigorem.
Sanguis nos flammaeque bellorum vocant.
Maligni spiritus catervatim accedunt:
dies et horas et momenta annumeramus,
signa videmus, signa videmus. Caelorum rex qui cuncta gubernas,
cunctaque noscis
Hanc adiuva terram eiusque pollen
quod de frumento quoquoversum volat,
Hanc terram quae semper nostra erit
Quaeque sanguine rubet ubique.
Vultum ostende. Caelorum rex qui cuncta gubernas,
cunctaque noscis
Huius duratae terrae miserere
quam iam ab antiquis temporibus
sub tetra pluvia fidentes aravimus.. Clotilde (soprano) e Monache (soprano e contralto): Patriarcha! Dominus et dux!
Non tempus quietis istud
Non veniae tempus.
Pugnandum usque dum sanguis noster
Effundetur, de corporibus nostris profusus
Ita ut oras solis morientis vanescant. (ripete)
Pugnabimus usque dum impius aggressor
E fontibus nostris putribus bibat.
Qui sumus? Num vivimus ipsi?
Pugnandum usque dum sanguis noster
Effundetur, de corporibus nostris profusus
Ita ut oras solis morientis vanescant. Narratore (voce recitante): Dio dei cieli che regni su di noi
e che tutto conosci,
abbi pietà di questa terra indurita che, sin da giorni non più nuovi,
dissodavamo, incuranti della tetra pioggia;
é la nostra amata patria, il giardino della Fede. Qui, sotto un cielo opaco di foschia e di vento,
le corolle viola dei crochi erompono dal suolo duro,
dopo l'agonia di una stagione:
non più, non più ricresceranno,
schiacciati dal peso delle armi nemiche,
sulla pianura rossa di sangue. Ma non è il tempo della rassegnazione,
non è il tempo del perdono!
Lottiamo fino a che il nostro sangue
non si sparga, grondando dai nostri corpi,
a logorare l'orlo del tramonto;
lottiamo finché l'invasore
non beva dalle nostre fonti imputridite. Ma chi siamo noi, non siamo forse ancora vivi?
Lottiamo finché non resteremo supini,
con le labbra dischiuse, conficcando
i nostri canti, via via più fievoli,
nella lontananza.
Il sole che sorge ci illumina di bagliori cupi;
il cielo si fa chiaro della luce del mattino. Su in alto, uccelli a stormi,
a stormi si radunano, si sparpagliano,
indicandoci la via,
come scoppio di stelle che navigano un loro universo.
L'airone disegna una Croce
volando basso sopra la palude.
Trascina il mondo,
il mondo che esso diviene. IV Scena: IL RITORNO Lupo (tenore) e Monache (soprani e contralto): A ripis maris piscosis
Ascendamus ergo
Ad nigram montis rupem
Gradu silenti de die in diem.
Praecinti gladio
Ad montis redeamus ergo De qua abhinc mille annos descendimus:
urbes nostras ex fide constructas
defensuri,
ubi domus plurimae surgunt,
in quorum cubiculis elucet perennis, perennis lux.
Est quodpiam cubuculum via
Ad aliud astrum,
ubi novae urbes, sub incendiariis caelis,
laudes canunt Deo. Deus silens; tu, cuius vox longinqua
In nebulis atque misteriis
Nostras reliquit aures in diebus terroris desertas Audi nos: Domine audi
Audi filios tuos.
Levatis manibus atque clamamus:
audi nos Domine
Levatis manibus atque clamamus:
audi nos Domine
Audi filios tuos
Audi nos Domine (ripete) Narratore (voce recitante): Dalle rive pescose del mare,
saliamo alla montagna di roccia nera,
con passi da un giorno all'altro in silenzio.
Torniamo con l'arme su per la grigia rupe sassosa
da cui discendemmo mille anni fa.
Difenderemo queste città fatte di Fede,
dove si ergono molte case
con la notte che non scende mai
in molte stanze.
Ogni stanza è una strada verso un altro mondo
dove altre città, sotto cieli incendiari,
cantano odi al Signore. Ormai la città è in preda a doloroso travaglio,
e dal suo grembo nascono gemelli la Guerra e l'Odio nero.
E' di fuoco la notte: urla, clangori.
Grida di furore e di morte riempiono l'aria
e l'agitano fin sotto le stelle,
mentre le guglie delle chiese si ergono
silenziose verso di te.
Ascoltaci Signore!
Tu, la cui voce lontana nella nebbia e nel mistero,
ha lasciato i nostri orecchi deserti in questi giorni di terrore Chiniamo le nostre teste e, commossi,
ascoltiamo il singhiozzo dei vecchi e dei bambini.
Ovunque risuonano
lamenti d'angoscia, mormorii di dolore,
e donne colpite al cuore piangono
sui loro cari torturati e uccisi
dagli eserciti invasori. Le nostre voci affondano nel silenzio e nella notte. V Scena: L'IMPRIGIONAMENTO Ottone (Baritono): Plangite, tragica plangite tympana!
Doloris et mortis plangite tympana!
Et hymnum ululet chorus insanae,
ut tui spiritus suffocet singultum,
Lupe, qui tuo ausus es obsistere Imperatori.
Plangite, tragica plangite tympana!
Doloris et mortis plangite tympana!
Amissi regni Patriarcha
Nonne vides deum patrum periisse vestrorum?. Prophetae in caelestibus tabernaculis
tuas nonne viderunt mortales exuvias,
inter nigras et fluctuantes peccatorum fuligines.
Plangite, tragica plangite tympana!
Plangite, tragica plangite tympana!
Imperator ego,
et haec mea nunc terra. Lupo (tenore): Mortuus Deus non est,
sed longe vivit in collibus lucis aeternae,
in solis semitibus lucidis,
ubi vibrant mundi hominibus iustis,
flammanti gladio redibit:
nec nos in peccatis relinquet.
Te, Otto, peniteat:
hanc terram cito relinque.
Iam damnatus tu: tu numquam victurus.
Peniteat !!!! Narratore (voce recitante): Battete, battete tragici tamburi!!
Battete per me tamburi di dolore e morte!
E il coro urli un inno di follia
Per soffocare il rantolo del tuo respiro,
Lupo, tu che hai osato contrastare
il tuo Imperatore. Battete, battete tragici tamburi!!
Battete per me tamburi di dolore e morte!
Vengo dai lontani ghiacci,
prigionieri dei pallidi raggi della luna.
Ho lasciato lassù i freddi suoni,
gelati in lacrime di cristallo.
Il tuo Dio non può salvarti,
Lupo, tu che hai osato contrastare
il tuo Imperatore. Battete, battete tragici tamburi!!
Battete per me tamburi di dolore e morte!
Patriarca di un Regno perduto,
non vedi che il Dio dei vostri padri è morto?
I veggenti non hanno forse visto nei padiglioni celesti,
le tue spoglie mortali e senza vita,
intirizzite fra il fumo nero e ondeggiante della distruzione,
e intorno s'inchinavano le amare forme
di una morte senza fine? Battete, battete tragici tamburi!!
Battete per me tamburi di dolore e morte!
Battete, battete tragici tamburi!!
Battete per me tamburi di dolore e morte! Imperatore sono e ora, questa è la mia terra. VI Scena: LA PREGHIERA Clotilde (soprano) e Monache (soprano e contralto): Vivus in domus suae speluncis sepultus
Iacet Lupus, huius terrae
Divino iure dominus,
oppressus, victus, nudus .
Dolore flagrante,
catenis onusti avidorum hominum voracitate
pro trono tuo tibi manus protendimus
teque, Domine, rogamus. Clotilde (soprano) Monache (soprano e contralto) e Popolo (coro): Sanctus, Sanctus, Sanctus,
Dominus Deus Sabaoth
Pleni sunt caeli et terra
Gloria tua,
Osanna in excelsis. Narratore (voce recitante): Siamo figli del sole,
del sole nascente!
Tessiamo i destini della patria,
aspettando l'ora immensa
in cui nostro Signore apparirà
con la fiammante spada della giustizia,
con la lama della fratellanza
e intaglierà nel cielo
la libertà dall'oppressore.
Libertà, libertà! Siamo genti soffuse di stelle,
dalla montagna al mare chiediamo libertà!
Dolorosi canti ci cullarono nel riposo,
bollenti passioni c'infiammarono nelle molte ingiustizie. Siamo genti soffuse di stelle,
dalla montagna al mare chiediamo libertà!
Ci guidò la Fede ove i raggi di luna s'immergono
nella notte della tetra disperazione. Siamo genti soffuse di stelle,
dalla montagna al mare chiediamo libertà!
Ci mostrarono dove splende la stella
e i mistici simboli ardono. Siamo genti soffuse di stelle,
dalla montagna al mare chiediamo libertà!
Siamo giunti tra nuvole e nebbia,
incatenati ma non domi.
L'oscurità ha baciato i nostri occhi pieni di lacrime,
ha innalzato per noi un mistico trono
nello splendore dei cieli,
che sarà sempre per noi,
figli del Nazareno,
figli che canteranno sempre:
libertà, libertà, libertà. VII Scena: IL CANTO Popolo (coro): Gens sumus stellis ornata,
Gens sumus stellis ornata,
de montibus ad marem libertatem petimus! (ripete)
Nobis cantus in quietibus pacem dederunt:
ob iniurias exarsimus. Gens sumus stellis ornata,
Gens sumus stellis ornata,
de montibus ad marem libertatem petimus! (ripete)
in noctibus desperationis tetrae
fides nos duxit ubi suos luna radios mergit! Gens sumus stellis ornata,
Gens sumus stellis ornata,
de montibus ad marem libertatem petimus! (ripete)
Stellam vidimus ubi splendeat,
et mystica ardeant symbola. Gens sumus stellis ornata,
Gens sumus stellis ornata,
de montibus ad marem libertatem petimus! (ripete) VIII Scena: IL CONFRONTO Narratore (Voce recitante): Prigioniero nel corpo, ma non nell'anima,
prego:
la voce di Dio parla dentro di me;
inginocchiato cerco la Croce. Prigioniero nel corpo, ma non nell'anima,
prego:
tuoni roboanti rotolano giù dall'alto del monte Sinai,
il demonio si ritrae e scappa
mentre il peccatore implora perdono. Prigioniero nel corpo, ma non nell'anima,
prego:
piove giù la luce della salvezza,
empie le chiese e tutta la città,
e i manti degli angeli si perdono, frusciando. Prigioniero nel corpo, ma non nell'anima,
prego:
l'anima mia vola in alto sulle ali,
e la Cattedrale risuona del Gloria!
E le porte di diaspro si spalancano. Clotilde (Soprano) e Monache (Soprano e Contralto): Vox Dei intus me loquitur;
genus flectens Crucem quaerito.
Flagrantes tonitrus ruunt de cuspide
Montis Sinai
Figitque diabolus dum veniam petit peccator.
Lux pluit salutis;
Ecclesiam implet et totam urbem.
Et Ecclesia Gloriam canit
Et portae ex jaspis patefiunt.
Angelorum velamina leviter vanescunt. Narratore (Voce recitante): Lupo, non ti resta che pregare un Dio che non ti ascolta.
La tua voce affonda nel silenzio e nella notte,
nel silenzio di una terra senza Dio. Piegati, Patriarca: non tentarci oltre le nostre forze,
perché dentro abbiamo l'urlo e il latrato
di colui di cui non vorresti udire la voce
per non dover tremare E' rosso, rosso vermiglio come le viscere aperte
della vittima sacrificale.
E' rosso, rosso vermiglio come le fiamme roventi
dei roghi pagani. E' rosso, rosso vermiglio come il sangue denso
degli eserciti vinti.
E' rosso, rosso vermiglio come i fiori velenosi
delle nostre pianure.
Piegati, Lupo: non tentarci oltre le nostre forze,
perché dentro abbiamo l'urlo e il latrato
di colui di cui non vorresti udire la voce
per non dover tremare E' nero, nero accecante come la notte
della prigionia.
E' nero, nero accecante come il manto
dei nostri cavalieri. E' nero, nero accecante come la tenebra
dell'uragano.
E' nero, nero accecante come le pietre
della tua cella. Piegati, Patriarca: non tentarci oltre le nostre forze,
perché dentro abbiamo l'urlo e il latrato
di colui di cui non vorresti udire la voce
per non dover tremare Piegati, Lupo: non c'è più Dio per te,
non c'è più Salvatore per il tuo popolo. Ottone (Baritono): Non audientem deum rogas
In noctis silentio vox effunditur tua
Abest Deus tuus.
Recede: ne tentes ulterius,
nam intus ululatum,
nam intus, et latratum
habemus illius
cuius timenda vox. Ruber est, ruber, ruber purpureus
Sicuti aperta viscera
Sacrificiorum victimarum.
Ruber est, ruber, ruber purpureus
Sicuti sanguis crassus
Victorum exercituum.
Ruber est, ruber, ruber purpureus
Sicuti flammae cadentes
Rogorum paganorum
Ruber est, ruber, ruber purpureus
Sicuti venenati flores
In nostra planitie. (ripete) Recede, recede: ne tentes ulterius,
nam intus ululatum, nam intus,
et latratum habemus illius cuius
timenda vox. Lupo (Tenore): O sceleste daemon, haec tua iustitia?
Num sit innocentia fortior fraus?
Moriendum est:
catenis obstricti ad martyrium
sicuti Patres nostri eundum. Ottone (Baritono): Ita, sane. Plus ceteris solves.
Vilipendium hoc erit pro te servo,
et pro omnibus gentibus:
Momento!!
Memento!! Clotilde (soprano) Monache (soprano e contralto) e Popolo (coro): Mementisse iuvabit
Ob contemptam fidem,
ob servitutem patriae,
ob proditionem populi,
ob sanguinem innocentem effusum.
Memento! Memento!
Memento! Memento!
Memento! Memento! (ripete) IX Scena: MEMENTO! Narratore (Voce recitante): O Signore questa giustizia d'inferno
non sale alle tue narici,
col suo putrido fetore?
Fino a quando questa marea
di sangue innocente
dovrà rombare ai tuoi orecchi
e opprimere i nostri cuori
con il peso della vendetta?
Fa' un fascio della terrea frenesia di sangue
di questi bruti ciechi,
che compiono delitti
dinanzi al tuo altare,
o Signore, o immenso Signore,
e bruciali nell'inferno, per sempre. Perdonaci Dio misericordioso!
No! No!
Non di vendetta si nutre il martirio.
Ma di purezza e perdono.
Lupo va all'olocausto con cuore
mondato dall'odio
E perdonerà lo sfregio supremo. Cieca è la furia del'Imperatore,
non conosce la pietà!
Gli Dei del suo Wahalla
calano dalle fredde lande
a ghermire il dono della vita.
L'esercito degli Spiriti si avvicina,
Tra atroci tormenti, col sangue
dell'oscena mutilazione, esalerà la vita
di un nuovo martire !
Memento! Memento! X Scena: IL MARTIRIO Ottone (Baritono): Mea ira non pretio emenda
Nec pietas.
Numi Vahallae mei
De frigidis montibus ruunt
Ut tuam vitam vi rapiant.
Iam spirituum appropinquat turba.
Iam spirituum appropinquat turba.
Mea adstat lex, mea adstat lex.
Omnes surgunt ut plaudant.
Omnes surgunt ut plaudant.
Inter diros cruciatus
Obscena morte morieris.
Memento!
Memento! Popolo (coro): Sanguis, sanguis!
Sanguis, sanguis!
Purpurata sanguine haec terra est.
Flumina sub vespere rubent, rubent.
Mare rubrum nuntiat alba.
Res cuntae colorantur sanguine.
Ventus cantat da ramis comburientibus.
Plumbeo ululat caelo sanguinis terra
Quae sub sanguinis nubes apparens
Subter fulgentia obscuratur barbara gladia,
horror et mors, horror et mors!
Sanguis! Sanguis! Sanguis! (ripete) Narratore (Voce recitante): Sangue! Sangue! Sangue! Sangue!
Questa terra è vermiglia di sangue.
I fiumi s'arrossano al tramonto
e l'alba svela un mare rosso.
Tutto ormai ha il colore del sangue.
Il vento è il canto dei rami che bruciano
sulla pira dell'ebbro sacrificio. Sangue! Sangue! Sangue! Sangue!
Stormi d'uccelli di cristallo
Oscurano il cielo rosso
dove si squarcia il livido mattino.
Il giorno non si è ancora alzato,
quando dalle salmastre paludi,
orride serpi strisciano rapide
tra neve, sale e fuoco
per nutrirsi di sangue. Sangue! Sangue! Sangue! Sangue!
Nuota nel profondo del sangue
questa terra di conquiste.
Di sangue è la corrente sotterranea.
Ci sono voci sepolte nel fango,
sono antenati e future genti
sepolti sotto le correnti
nascoste delle acque color sangue.
Ma il sangue di un nuovo
martirio li ammutolisce.Sangue! Sangue! Sangue! Sangue!
Levate canti di gloria al Signore: le nostre anime non sentono catene,
saremo forti fino ai giorni della libertà.
Queste mura hanno canti solenni
che vengono dal passato,
che non cesseremo mai di cantare
anche molto tempo dopo che saranno crollate. Levate canti di gloria al Signore: a coprire la terra ferita,
a prosciugare l'odio di sempre,
a sperare nella luce di domani,
mostrando ancora una volta
che i confini sono solo menzogna. La luce del'alba tremula
tinge di sangue i labari sconfitti.
Lupo è al martirio
mentre i fuochi divorano Aquileia,
sangue rossigno sulla ferita di mezzanotte
appena rimarginata.
Lupo è al martirio
mentre si immolano gli innocenti.
Il vento rabbioso in discesa dai monti,
cieco come Edipo, tasta la strada. XI Scena: Il FINALE Ottone (Baritono): Sanguis! Sanguis! Sanguis! Sanguis!
Rumor sculponearum expanditur
In desertam planitiem.
Albi procedunt equi, vento inflante,
albi equi ad occaso,
ubi aurata rhododendra
fulgurant, perlucente luna. Sanguis! Sanguis!
Flavi equi ab oriente venientes.
Albi equi ex meridie venientes.
Inter meos milites
Esuriens equito.
Spe carentes,
nigri fulgurant equi.
Caerulei equi,
flavi equi ab oriente
ex planitiebus immensis,
erbarum odores ferunt. (parlato): Te, milve, somniabo
Et alias circumdabo urbes
In corde tuo palpitantes.
Te, vente, somniabo
Et saporem sentiam salsitudinis,
in meis labiis, usque dum da omnibus
acervos faciam carnis viventis.
Te, flumen, somniabo
Et novas urbes inundabo
Fide et amore
Et rubeo sanguinis foco.Sanguis! Sanguis! Sanguis! Sanguis!
Sanguis! Sanguis! Sanguis! Sanguis!
Sanguis! Sanguis! Sanguis! Sanguis!
Sanguis! Sanguis! Sanguis! Sanguis! Narratore (Voce recitante): Sangue! Sangue! Sangue! Sangue!
Si spande il tuono degli zoccoli
Sul suolo della piana deserta.
Cavalli bianchi che avanzano
sul respiro del vento:
cavalli bianchi dall'ovest
dove rododendri dorati
mandano bagliori al chiaro di luna Sangue! Sangue! Sangue! Sangue!
Cavalco famelico in mezzo ai miei soldati:
cavalli gialli che vengono dall'est
portando il profumo delle secche erbe
dalle grandi praterie senza colline. Sangue! Sangue! Sangue! Sangue!
Cavalli blu accorrono dal sud
nutriti dalle biade delle rigogliose valli. Sangue! Sangue! Sangue! Sangue!
Cavalli neri arrivano dal nord
dove il silenzioso inverno
esplode in ricordi di merli
dalle ali rosse.
Cavalli neri che non lasciano speranza. Ti sognerò falco,
e accerchierò altre città
col tuo cuore palpitante.
Ti sognerò vento
e sentirò il sapore dell'aria salata
sulle labbra finché farò di tutti,
brandelli di carne viva.
Ti sognerò fiume
e inonderò nuove città
costruite di passione e Fede
con il fuoco, rosso sangue!! Copyright: Andrea Centazzo © Los Angeles, Bologna Gennaio/Agosto 2000