Andrea Centazzo
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SIMULTAS
 
Opera lirica multimediale per cantanti, coro, voci recitanti, piccola orchestra e videoimmagini
 
Libretto
 
Personaggi
   
Taddeo Pepoli (baritono)
Brandaligi Gozzadini (tenore)
Isotta da Cuzano sposa di Taddeo (soprano I)
Polissena Salinguerra promessa sposa di Brandaligi (soprano II)
Narratori (voci recitanti)
 
I Quadro (Polissena, Isotta, Brandaligi, Taddeo)
 
Tutti:
Torre! Torre! Torre che rossa sfidi al cielo!
Torre, sii simbolo della mia potenza, testimonianza del mio potere.
Sui miseri tetti di questa città tu ti ergi, Torre, a ricordare chi è il Signore.
Ti edificai con sangue e lacrime, ti coltivai come un delicato fiore.
Ergiti dunque e grida al mondo il nome del tuo Principe.
Torre! Torre! Torre di pietra che vigili sull'orizzonte:
dall'alto delle tue bifore scoverò i nemici e li caccerò con ignominia.
 
Polissena:
Fra tutte le umane cose che son strane e selvagge
questa è forse la più selvaggia e strana,
e mostra l'uomo interamente illuso,
a quelli che abitano questa Città ormai senza sole.
 
Isotta:
Il senno fuggì a questi uomini che obliati
d'ogni virtù e pietà, lasciarono gli affetti e cure
per creare i simboli della loro superbia.
Questa insana follia striscia come mostruosa serpe,
Infettando la gloriosa città.
 
Taddeo e Brandaligi (in sottofondo ossessivamente):
Torre! Torre avita! Torre rossa! Torre eburnea! (ripete)
 
Tutti:
ripetono la I parte
 
II Quadro (voci recitanti)
 
I Narratore:
Nera massa nella tenebra,
le torri si stagliano nel pesante cielo.
Quale Babele rediviva,osano sfidare l'infinito.
D'intorno mucchi di pietre di antiche case, chiese e tombe.
Luna e stelle che da levante a Occaso vanno,
al loro cospetto si muovono nel mare d'aria.
Ombre e bagliori scivolano attorno al loro immoto solenne riposo.
I sudditi alzano il guardo a loro sovente.
Il forte per bere nuova forza di ferrea resistenza,
il debole nuovi terrori; tutti, rinnovata promessa
e conferma dell'antico scoramento.
Monumenti alla superbia, pietre di un morbo fatale.
Benché le torce ardano lungo le silenti strade,
anche quando la pallida luna ammanta le deserte piazze,
l'oscurità è padrona dei neri vicoli e degli angusti anfratti
dove il popolo langue.
Le tetre dimore incombono immense e lugubri:
nel palazzo del Tiranno, ubriachi di potere,
i costruttori di torri scatenano l'infernale sarabanda.
Palazzo di luce fosca, macerie di saggezza in cenere!

Abdicata la virtù, sconfitto il rivale Brandaligi,
tradita la fede pura del popolo sovrano,
Taddeo siede: medita nuove vendette,
anela nuovo sangue, sogna la dismisura del suo potere,
si crede ormai simile agli Dei.

E intanto miseri uomini abitano le fatali tenebre,
colmano le loro bocche vive con polvere di morte
e fanno tombe delle loro abitazioni.
E della vita squarciano l'ameno velo
per raggiungere quel vuoto d'oscuro terrore
dove muoiono i lumi della speranza.
Sognano ciò che il signore vuol far loro sognare,
soffrono, ma continuano a sperare in promesse vane.
Una sola moneta d'oro crea l'illusione.
 
III Quadro (Polissena e Brandaligi)
 
Polissena:
Cielo pesante e grigio:
ogni colore è spento.
Solo laggiù un rosso tratto,
arsa ferita in fiamme.
Lampi che se ne vanno,
profumo di morte rose.
Pianto che si trattiene,
Pianto che si sforza.
Notte della ragione,
dell'odio la stagione.
Notte della ragione,
dell'odio la stagione.
Promesso sposo,
nemico amato,
guscio vuoto nel vento,
nella città dell'odio.

Tentasti invano
di svelar l'inganno.
Oro e promesse
tradirono le genti.

Notte della ragione,
dell'odio la stagione.
Notte della ragione,
dell'odio la stagione.
Sola qui piango
il tuo futuro esilio,
fuoco fatuo sulle paludi
lontano dalle torri.
Una città corrosa,
stornata dall'acredine.
Domina il malvagio,
piange il giusto.
Notte della ragione,
dell'odio la stagione.
Notte della ragione,
dell'odio la stagione.
 
Brandaligi:
Che uomini son questi, che abitano questa città?
Hanno molta saggezza, eppur saggi non sono.
Hanno molta forza, ma la loro sorte è più forte.
Hanno molta pazienza, ma il loro tempo dura più a lungo.
Sono ragionevoli, eppur sempre più folli.
All'ombra delle torri, consegnarono l'anima
Al grande incantatore, il tiranno che col danaro
Comprò la fede,l'ideale, la dignità.
Livido è il pantano e livida la luce sui cavalli.
Una folgore si conficca nell'aere, corrono scintille all'orizzonte.
Dio dei lampi e dei tuoni, fino a quando tollererai
Queste armi che con violenza e inganno invadono i tuoi spazi?
Sia sempre chiara la terra e i cieli chiari.
Chiari gli animi, chiare le menti nella città ormai delle tenebre!
 
IV Quadro (Isotta)
 
Isotta:
Amai un uomo, volli un condottiero.
Di me tutto gli diedi, finanche eredi.
Ora dimentica giaccio: irrefrenabile brama
lo prese, senza speranza alcuna.
Usurpazione, gelosia, ingordigia,
assassinio, tasse e gabelle,
Invidia, corruptio, foetor,
putridire lento, fetida combustione:
per il potere sacrificò non solo me,
ma l'anima sua.
Anch'egli giace in un insano oblio,
fino all'ultimo squallore, decrepitezza estrema.
E la sorte gli si ritorcerà contro.
Sto ricordando la città squassata e i nemici fatti a pezzi.
E la sorte gli si ritorcerà contro.
 
Trio:
E la sorte gli si ritorcerà contro.
Sto ricordando la città squassata e i nemici fatti a pezzi.
E la sorte gli si ritorcerà contro.
Notte della ragione,
dell'odio la stagione.
Notte della ragione,
dell'odio la stagione.
E la sorte gli si ritorcerà contro.
Sto ricordando la città squassata e i nemici fatti a pezzi.
E la sorte gli si ritorcerà contro.
Notte della ragione,
dell'odio la stagione.
Notte della ragione,
dell'odio la stagione.
 
V Quadro (Narratori)
 
Narratore II:
"Il cupido interesse comincia dal sublime concavo lunare e penetra anche nelle basse capanne degli umili pastori. Esso nacque con l'universo per mantenere e per distruggere l'universo. Esso è l'etica del mondo, penetrata anche nelle parti solide. Non solo l'uomo vorrebbe dominare l'uomo, ma l'elemento gli elementi, ed allora
che uno avrà sortito il suo intento, lo sortirà anche l'altro, perché finisca il mondo con quello interesse nel quale cominciò. "
Virgilio Malvezzi (Romolo, edizione di Venezia 1666)
"Dall'interesse e bramosia personale nacquero le spesse infedeltà dei soggetti, le assidue guerre, le grandi e varie loro mutazioni: e quel ch'è più da maravigliare, molte volte essi medesimi, sdegnando la loro miseria e stimolati da cupidigia di aver forze uguali al nome, si procacciarono molestie e pericoli, pur di raggiungere ricchezza e potere ad ogni costo.
E così questo interesse gli animi degli abitatori discordò in sì fatta maniera, che, le mogli da' mariti dissentirono: le amicizie, le parentele e i giuramenti, già santissimi vincoli dell'umana società, furono ottimi ministri agl'inganni e ai tradimenti. "
Camillo Porzio (Congiura dei Baroni 1830.)
 
Narratore I
D'ogni desir che tolga nostra mente
dal dritto corso et a traverso mande,
non credo che si trovi il più possente
né il più commun di quel de l'esser grande:
brama ognun d'esser primo, e molta gente
d'aver dietro e da lato, a cui commande;
né mai gli par che tanto gli altri avanzi,
che non disegni ancor salir più inanzi.
Se questa voglia in buona mente cade
(ch'in buona mente ha forza anco il desire),
l'uom studia che virtù gli apra le strade,
che sia guida e compagna al suo salire:
ma se cade in ria mente (chè son rade
che dir buone possiam senza mentire),

indi aspettar calunnie, insidie e morte,
et ogni mal si può di piggior sorte.

Spesso in poveri alberghi e in picciol tetti,
ne le calamitadi e nei disagi,
meglio s'aggiungon d'amicizia i petti,
che fra ricchezze invidiose ed agi
de le piene d'insidie e di sospetti
corti regali e splendidi palagi,
ove la caritade è in tutto estinta,
né si vede amicizia, se non finta.
Quindi avvien che tra principi e signori
Patti e convenzion son sì frali.
Fan lega oggi re, papi e imperatori;
doman saran nimici capitali:
perché, qual l'apparenze esteriori,
non hanno i cor, non han gli animi tali;
che non mirando al torto più ch'al dritto,
attendon solamente al lor profitto.
Matteo Maria Boiardo (Orlando Innamorato)
 
VI Quadro (Taddeo e Brandaligi)
 
Taddeo:
Dalla torre più alta, dalla mia torre,
guardo la rossa città, ormai già mia.
Con quattro denari e molte grida
Comprai le genti, segnai la strada:
L'aere della città è denso e bruno,
gli esuli che vanno vagabondi,
aggiungendo veleno, all'aria avvelenata.
Infezioni d'indicibile tristezza,
infezioni di satanica follia,
infezioni d'incurabile viltà.
Facce consunte dall'aria sorda e cieca,
come tragiche maschere di pietra.
Con l'inganno vinsi, col denaro comprai,
con l'arme trafissi, coi ceppi annientai.

Dalla torre più alta, dalla mia torre,
guardo la rossa città, ormai già mia.
O città di terribili, colpevoli disastri,
dell'angoscia notturna che annega la paura.
Vorrei furente calpestarti tutta,
che il sangue dei vinti lambisse i miei passi.
Non amore, affetto o rimpianto:
tutto avevo, ma non bastava.
Il demone toccò con ali d'angelo feroce
l'anima oscura e subito disseminai
quanto di più torbido, malvagio e triste
poteva contenere la ferita nera, fatalmente aperta.

Dalla torre più alta, dalla mia torre,
guardo la rossa città, ormai già mia.
Potestas, potentia,imperium!
Rinunciare a tutte le benedizioni
per quella maledizione,
e insinuarsi ad abitare quella edificata desolazione,
di dolori e terrori e fitte tenebre imbastita.
Non mi sono di conforto dolci infanti e amabile consorte,
solo il potere appaga la mia sorte.
Dalla torre più alta, dalla mia torre,
guardo la rossa città, ormai già mia.
Potestas, potentia,imperium!
Potestas, potentia,imperium! (ripete)
 
Brandaligi:
E' incinta la citttà. Partorirà domani
uno che raddrizzi la protervia.
I cittadini, ancor sani: chi comanda
orientato sarà a cader nel sopruso.
Città non vi fu mai che i giusti rovinassero:
quando ai malvagi arride prepotenza,
quando corrompono la massa
e a chi fa torto danno ragione, a scopo di dominio e lucro;
non sarà a lungo tranquilla la città,
anche se tutto nel presente è pace.
E' proprio questo il sogno dei malvagi:
lucro che viene da pubblici guai.

Di qui lotte civili, sangue e poi tiranni.
Dictator semper! (ripete)

 
VII Quadro (Narratori)
 
Narratore I:
Non c'è nulla a cui generalmente gli uomini siano più inclini che a dar corso alle loro opinioni; quando non ci bastano i mezzi comuni, vi aggiungiamo il comando, la forza, il ferro e il fuoco. E' triste essere al punto che la miglior prova della verità sia la moltitudine dei credenti, in una folla dove i pazzi sono tanto superiori al numero dei saggi. Quasi vero quidquam sit tam valde, quam nil sapere vulgare.
Michel de Montaigne (Degli zoppi)
Come sarebbe indubbiamente facile smantellare il potere, se esso si limitasse a sorvegliare, spiare, sorprendere, proibire e punire; ma esso incita, suscita, produce; non è semplicemente occhio e orecchio, ma fa agire e parlare.
Michel Foucault (La vita degli uomini infami)
Il grande dittatatore prima promette, blandisce, inganna. Poi compera, vende e fa mercimonio. Infine quel che non ottiene con l'astuzia e il denaro, lo prende col delitto, la violenza e l'assassinio.
Ma in principio è quella folla dove i pazzi sono tanto superiori al numero dei saggi che lo acclama e lo elegge a suo Signore.
 
Narratore II:
E così " In lo dicto millesimo a dì 28, el dì de Santo Agostino, li soldati da pié e da cavallo trassero ad arme in piazza, gridando *viva misser Taddeo di Pepuli* et il povullo che venia a piazza ogni homo gridava populo populo et a zaschuno fo vedado e contrariado bene, che nessuno non se ne chareche troppo, se non lo barixello, lo quale era di Bentivoglio et a lui fu fatto dixonore che li fu tolto lo pennone et asbasado et a quello che tenea misser Passarino che era l'arma del Comune de Bologna et a la guarda degli anziani furono tutti sbasadi et gridavano tutti li soldati *viva miser Tadeo* et cusì se comenzò a gridare per ogni zente che venia a piazza et facto questo, ello si fo conducto in sul palaxio degli anziani in nome del Signore et tutti li soldati stavano in piazza."
Chronica Rampona (Rubrica anno 1337)
 
VIII Quadro (Isotta,Polissena,Taddeo, Brandaligi)
 
Polissena:
Dormono i vertici dei monti e i baratri,
le balze e le forre
e le creature della terra bruna,
e le fiere che ai monti s'acquattano, e gli sciami,
e i cetacei nei fondi del mare lucente.
Dormono i signori del cielo,
fermo palpito d'ali.
E così dorme delle genti la ragione,
che Sire fecero un impostor letale.
All'esilio un giusto, come screziato verme,
e fortunale e fuoco rovinoso
sulla città s'abbatte.
 
Brandaligi:
Madre di prepotenza è sazietà,
se la ricchezza è tanta
e manca l'equilibrio.
Per viltà folle, male v'incolse:
e dunque colpa non ne farete agli Immortali.
Quest'uomo in alto, voi lo portaste
E adesso quindi siete schiavi.
Singolarmente, ognun va sull'orma della volpe;
e nell'insieme la vostra testa è vuota.
V'incantano la lingua e le parole d'un astuto,
e non vedete quel ch'egli non vuole.
 
Isotta:
O sposo mio, alla città dolente
lo sguardo memore rivolgi:
giustizia lquest'urbe chiede.
Ecco: gli uni padroni di ricchezze indenni,
gli altri, che scevri da brutture, amano il giusto,
nella mendicità.
Povertà è madre d'impotenza,

che travolge all'errore le coscienze,
perché corrompe, nella morsa del bisogno
il triste cuore.
Contro voglia si rischia la vergogna.
E' lei che insegna menzogne, inganni, liti
a chi, improvvido, rilutta.
La povertà rivela il miserabile e chi vale.

 
Taddeo:
Donna, ma perché or dunque parli?
Privilegi non tolsi e non aggiunsi ,
assegnando al volgo quanto bastava!
Nulla di indegno volli che spettasse a quanti
Per potenza o denaro erano in vista,
e i nemici esiliai e furon tanti.
Stetti, dall'arme cinto, a fronte agli uni e agli altri,
esclusi entrambi da una vittoria ingiusta.
Danaro e inganno son le mie radici:
lupo tra molti cani m'aggirai.
Signore io sono e per l'eternità.
 
Trio (Isotta, Polissena, Brandaligi):
Folle è il tiranno, il tiranno è folle.
Corte di rossi vermi lo circonda.
Virtù si vende per due danari.
Oro e potere unico fine sono
Di sozzi porci grufolanti sotto il trono.
Folle è il tiranno, il tiranno è folle.
Onore e lustro a chi combatte
per la sua terra, la sua donna, i figli.
Ove lo stame delle Parche tocchi il segno,
allora sarà morte. Contro il sovrano, dunque,
avanti o morte.
Folle è il tiranno, il tiranno è folle.
Stolto, il popolo, il giusto irride
sazio di poco e d'illusione
in un domani promesso che non verrà.
Domina il duce e poco altro importa.
 
IX Quadro (Narratori)
 
Narratore II:
Levatevi, o malvagi cittadini pieni di scandoli, e pigliate il ferro e il fuoco con le vostre mani, e distendete le vostre malizie. Palesate le vostre inique volontà e i pessimi proponimenti; non penate più; andate e mettete in ruina le bellezze della vostra città. Spandete il sangue dè vostri fratelli, spogliatevi della fede e dello amore, nieghi l'uno all'altro aiuto e servizio. Seminate le vostre menzogne, le quali empieranno i granai dè vostri figliuoli. Fate come fè Silla nella città di Roma, che tutti i mali che esso fece in X anni, Mario in pochi dì li vendicò. Credete voi che la giustizia di Dio sia venuta meno? Pur quella del mondo rende una per una.
Guardate à vostri antichi, se ricevettono merito nelle loro discordie: barattate gli onori ch'egli acquistorono . Non vi indugiate, miseri chè più che si consuma in un dì nella guerra, che molti anni non si guadagna in pace; e picciola è quella favilla, che a distruzione mena un gran regno.
Piangano adunque i cittadini sopra loro e sopra i loro figliuoli; i quali, per loro superbia e per loro malizia e per gara d'ufici, ànno così nobile città disfatta, e vituperate le leggi, e barattati gli onori in picciol tempo, i quali i loro antichi con molta fatica e con lunghissimo tempo ànno acquistato; e aspettino la giustizia di Dio, la quale per molti segni promette loro male siccome a colpevoli, i quali erano liberi da non potere esser soggiogati.
Così sta la nostra città tribolata! Così stanno i nostri cittadini ostinati a malfare! E ciò che si fa l'uno dì, si biasima l'altro. Soleano dire i savi uomini: "L'uomo savio non fa cosa che se ne penta". E in quella città e per quelli cittadini non si fa cosa sì laudabile, che in contrario non si reputi e non si biasimi. Gli uomini vi si uccidono; il male per legge non si punisce; ma come il malfattore à degli amici, e può moneta spendere, così è liberato dal malificio fatto.
O iniqui cittadini, che tutto il mondo avete corrotto e viziato di mali costumi e falsi guadagni! Voi siete quelli che nel mondo avete messo ogni malo uso. Ora vi si ricomincia il mondo a rivolgere addosso!
Dino Compagni (Cronica delle cose occorrenti né tempi suoi)
 

X Quadro (Taddeo, Trio)

 
Taddeo:
Non è follia la mia, ma lucida ragione.
Il popolo mi volle, un popolo sovrano.
Con le promesse lo placai,
con il denaro lo comprai.
Non è follia la mia, ma lucida ragione.
Cosa mai sono corruzioni e plagi
quando sortisca per le genti il bene:
e se al popolo ho da dire il fatto suo,
quello che ha, non potea sperare.
Non è follia la mia, ma lucida ragione.
E le classi nobili ed elevate,
mi loderanno e mi avranno caro.
Per sancire i diritti di ciascuno,
scriverò norme per umili e potenti.
Non è follia la mia, ma lucida ragione.
Nascosta cupidigia arma la mano:
Ma che importa? Nessuno avrebbe
il popolo frenato come io faccio:
dall'alto delle torri ringraziano i signori,
oggi ancora amici, ma chissà domani.
Solo per questo alle più alte cure,
metto i miei figli e miei sodali
che nei secoli perpetueranno gloria.
Non è follia la mia, ma lucida ragione.
Non è follia la mia, ma lucida ragione.
 
Trio (Brandaligi, Isotta, Polissena):
Come se sulla notte potesse sorgere ancor più nera notte,
con tenebra più fitta senza luna e stelle,
il duce sparge il miele dei suoi inganni,
sentore tragico, malefica sconfitta.
Ma il popolo non vede, ma il popolo non sente
giacché lume non c'è sull'alta torre,
ma pioggia d'oro che tutto ormai corrompe.
Giochi e poi balli e inutili promesse

fece Taddeo e il volgo qui acconsente.
Notte della ragione, dell'odio la stagione.
Notte della ragione, dell'odio la stagione.

 
XI Quadro (Narratori)
 
Narratore I:
Li popoli non servono ad altro che a pagare le gabelle e li dazi e a zappare la terra e sono divenuti come le bestie, le quali non servono ad altro che a strascinare l'aratro ed a portare la soma, onde poi noi vediamo che li principi se li cambiano fra essi appunto come si fa delle bestie….Li principi si permutano e si cambiano fra essi gli uomini in quella guisa appunto che nelle fiere i mercadanti si cambiano fra essi le pecore, gli buoi e gli altri animali.
Paolo Mattia Doria (Il Commercio mercantile …) 1742.
 
E così essi non pensan altro che a mettere di fresche gabelle ad una bene angariata repubblica, trovare il modo di tenere e' miseri populi afflitti et dimessi, sviare gli huomini dalle discipline et dai studi migliori, infiammare gli animi alle vendette, mescolare tra le tranquille menti de' pacifici alcuna esca di rissa o di nimisità, recare alle sceleratezze quelle lodi et quegli honori, che alle maggiori virtù si rendono, et finalmente tenersi caro appresso alcun potente monarca con la forza della menzogna et dell'adulazione, più agevolmente di quello che con il mezzo della verità et delle dottrine non farà alcun huomo
M. Bernardin Tomitano (Ragionamento della lingua toscano XVI sec.)
 
Narratore II:
E sì come egli avviene a' gran signori,
Che pur quel voglion che non ponno avere,
E quanto son difficultà maggiori
La desiata cosa ad ottenere,
Pongono il regno spesso in grandi errori,
Né posson quel che voglion possedere; "
Il Sospetto, piggior di tutti i mali,
spirto piggior d'ogni maligna peste
che l'infelici menti de' mortali
con venenoso stimolo moleste;
non le povere o l'umili, ma quali
s'aggiran dentro alle superbe teste
di questi scelerati , che per opra
di gran sfortuna agli altri stan di sopra.
Beato chi lontan da questi affanni
Nuoce a nessun, perché a nessun è odioso!
Infelici altretanto e più i tiranni,
a cui né notte mai né dì riposo
dà questa peste, e lor ricorda i danni,
e morti date od in palese o ascoso!
Quinci dimostra che timor sol d'uno
Han tutti gli altri, et essi n'han d'ognuno. "
Quantunque il simular sia le più volte
ripreso, e dia di mala mente indici,
si trova pur in molte cose e molte
aver fatti evidenti benefici,
e danni e biasmi e morti aver già tolte;
che non conversiam sempre con gli amici
in questa assai più oscura che serena
vita mortal, tutta d'invidia piena. "
Oh famelice, inique e fiere arpie
ch'all'accecata Italia e d'error piena,
per punir forse antique colpe rie,
in ogni mensa alto giudicio mena!
Innocenti fanciulli e madri pie
Cascan di fame, e veggon ch'una cena
Di questi mostri rei tutto divora
Ciò che del viver lor sostegno fora.
Troppo fallò chi le spelonche aperse,
che già molt'anni erano state chiuse;
onde il fetore e l'ingordigia emerse,
ch'ad ammorbare l'urbe si diffuse.
Il bel vivere allora si summerse;
e la quiete in tal modo s'escluse,
ch'in guerre, in povertà sempre e in affanni
è dopo stata, ed è per star molt'anni. "
Matteo Maria Boiardo (Orlando Innamorato)
 
XII Quadro (Polissena, Isotta)
 
Polissena:
Della notte è la città, ma non del sonno.
Non v'è dolce sonno per l'iniqua mente.
Come secoli del tiranno si trascinano le ore,
la notte sembra un inferno senza fine.
Acre tensione di pensiero folle,
che istante di torpor par acuire:
egli si vede intra gli dei dell'augusto Olimpo,
imperator tra gli imperatori.
 
Isotta:
Della notte è la città, ma non del sonno.
Non v'è dolce sonno per la turbata mente.
Volto invasato dalla pesante attesa,
Come di demone, che non ritrova il sito.
Non riconosco ormai il mio amato sposo,
anche me illuse, ricchezza è ciò che conta!
"Per render grande l'urbe lo farò" mi disse
e invece al suo dominio lui pensava.
Io sola resto, avvolta nella mia nera sorte.
 
Insieme:
Della notte è la città, ma non del sonno.
Non v'è dolce sonno per la turbata mente.
Della notte è la città, ma non del sonno.
Non v'è dolce sonno per la turbata mente.
Della notte è la città, ma non del sonno.
Non v'è dolce sonno per la turbata mente.
 
XIII Quadro (Taddeo, Brandaligi)
 
Taddeo:
Io ti ripudio, moglie! Come ripudio Dio,
gli amici, il bene. Solo il danaro e il comandar

m'è caro. E con argento ed oro, questa città comprai
e con l'inganno: quando io vinsi, i vinti vennero
con opportunità. Luridi servi sono, ma che m'importa
se il poter mio così si fa più grande?
Ed i nemici ormai derisi vanno all'esilio, senza speme alcuna.
Del popolo il governo? Quale rovina!
Solo un tiranno per questa città!
Per l'uomo non c'é limite preciso alla ricchezza:
quelli di noi che hanno sostanze immense,
smaniano il doppio. E chi li sazia tutti?
Solo l'astuto che con politica s'inclina.

 
Brandaligi:
Ormai non c'è barlume di ragione,
ma un'aria di città che crolla.
Lontano, dall'esilio tesserò trama
Che il popolo risvegli.
Ma saran gli anni del tiranno
Che piegheranno il volgo
Con la disperazione.
Nell'alba fredda imbavagliata,
il giorno accende le sue voci.
Dall'alta torre un pianto a morto
segue le brume dell'ultimo mattino.
La densa nebbia come fantasma scende.
Del vento le fredde mani dalla torre
calano, portando eco di campane a morto.
Parto: addio città silente, addio città della saggezza.
Repubblica dei giusti, addio.
 
XIV Quadro (Narratori)
 
Narratore II:
Voi fate di voi stessi i vostri falsi dei, voi adorate il piacere di contemplarvi nel vostro potere, nei vostri onori, nell'ammirazione della gente. Ai vostri dei voi sacrificate colpevolmente molte vittime umane e l'integrità del vostro stesso carattere. Tra voi vi è il patto che ciascuno rispetti il falso dio del collega e ne aiuti il culto. I più puri di voi sono colpevoli almeno di questa complicità. Voi torcete lo sguardo da torbide

congiure d'interessi vili, da non confessabili intrighi di sette che strisciano nell'ombra e li lasciate passare in silenzio. Voi vi credete incorrotti e corrompete! Voi distribuite regolarmente danaro pubblico a gente che vi vende la parola e l'onestà della coscienza. Voi disprezzate e nutrite questa infamia sotto di voi. E' più empio comperare voti e lodi che venderne! I più corrotti siete voi!… Voi considerate il mentire una necessità della vostra condizione, voi mentite come bere acqua, mentite al popolo, mentite al Parlamento, mentite agli avversari, mentite agli amici. "

Antonio Fogazzaro (Il Santo)
Ormai la democrazia presente non contente più gli animi degli onesti. Essa non rappresenta ormai che un abbassamento di ogni limite, per far credere d'avere innalzato gli individui: mentre non si è fatto che l'interesse dei più avidi e prepotenti.
Nelle elezioni trionfa il denaro, il favore, l'imbroglio; ma non accettare tali mezzi è considerato come ingenuità imperdonabile. Alle clientele clericali succedono le radicali, e mutato il cartello la gente resta la stessa.
Tutto cade. Ogni ideale svanisce. I partiti non esistono più, ma soltanto gruppetti e clientele. Dal parlamento il triste stato si ripercuote nel paese.
Tutto si frantuma. Le grandi forze cedono di fronte a uno spappolamento e disgregamento morale di tutti i centri di unione.
Lo schifo è enorme. I migliori non han più fiducia. I giovani, se non sono arrivisti e senza spina dorsale, non entrano più nei partiti. Nelle università manca ogni moto e ogni fervore.
La confusione, il disgusto, il disordine son tali che ne risentono anche i migliori.
Giuseppe Prezzolini 1910
 
XV Quadro (Polissena, Isotta, Brandaligi, Taddeo)
 
Tutti:
Torre! Torre! Torre che rossa sfidi al cielo!
Torre, sii simbolo della mia potenza, testimonianza del mio potere.
Sui miseri tetti di questa città tu ti ergi, Torre, a ricordare chi è il Signore.
Ti edificai con sangue e lacrime, ti coltivai come un delicato fiore.
Ergiti dunque e grida al mondo il nome del tuo Principe.
Torre! Torre! Torre di pietra che vigili sull'orizzonte:
dall'alto delle tue bifore scoverò i nemici e li caccerò con ignominia.
 

Polissena:

Fra tutte le umane cose che son strane e selvagge
questa è forse la più selvaggia e strana,
e mostra l'uomo interamente illuso,
a quelli che abitano questa Città ormai senza sole.
 
Isotta:
Il senno fuggì a questi uomini che obliati
d'ogni virtù e pietà, lasciarono gli affetti e cure
per creare i simboli della loro superbia.
Questa insana follia striscia come mostruosa serpe,
Infettando la gloriosa città.
 
Taddeo e Brandaligi (in sottofondo ossessivamente):
Torre! Torre avita! Torre rossa! Torre eburnea! (ripete)
 
Tutti:
ripetono la I parte
 
 
Simultas . Andrea Centazzo © Bologna, Aprile 2001
 
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